È successo ancora: poniamoci qualche domanda!

  • 23 / 04 / 2024 185 Views

In poche ore la notizia ha fatto il giro delle nostre chat, poi è andata sui social e quindi sui giornali. In poche ore, perché è sempre sconvolgente scoprire che una persona abbia scelto di togliersi la vita, ancora più sconvolgente se si tratti di un collega e ancora più sconvolgente se si tratta, come in questo caso, di una collega così giovane. Ieri, 22 aprile 2024, una giovane allieva del secondo anno della scuola Marescialli di Firenze, ha deciso di togliersi la vita.

Di fronte a questo tragico evento non possiamo non porci alcune domande. Il suicidio è un fenomeno complesso, in esso entrano in gioco una molteplicità di fattori e una molteplicità di punti di vista. In primo luogo, ci permettiamo di affermare che intercettare il disagio e la fragilità è un compito da affidare ad un tecnico. Un professionista della salute mentale che abbia strumenti efficaci per tale scopo.

La prima domanda che ci poniamo allora è: stiamo davvero facendo quanto possibile in tema di prevenzione?

Sappiamo bene che le nuove generazioni sono portatrici di una fragilità endemica e strutturale, dove il confronto con la frustrazione comporta gravi attacchi all’autostima e al senso di sé. Alla luce di questa considerazione ci chiediamo prima di tutto: i percorsi attuali di selezione del personale sono in grado di intercettare tali fragilità, quando ancora gran parte del processo selettivo è affidato ai non tecnici (ovvero i periti selettori)? Quando il processo selettivo è ancora affidato a strumenti diagnostici non più attuali? Quando il tempo dedicato al singolo candidato si riduce a pochi minuti?

E ancora: i metodi formativi in uso nelle nostre scuole sono coerenti con le esigenze delle nuove generazioni? Per esempio con il bisogno di supportare e sviluppare nei giovani i cosiddetti “fattori di protezione”? La vita ci porta costantemente a confrontarci con eventi stressanti o critici. Non è l'evento in sé ma il modo in cui viene vissuto quell'evento a fare la differenza. Appare infatti evidente che quanto più un soggetto abbia sviluppato determinate caratteristiche (autostima, capacità di problem solving, senso di auto-efficacia personale, ecc ) tanto più riesca ad essere “resistente” di fronte ad eventuali stressors.

Nelle nostre scuole siamo in grado di sviluppare negli allievi autostima, autoefficacia, autonomia, capacità di far pronte ai problemi? Ogni Carabiniere ad ogni livello dovrebbe poter essere “formato” in questo senso. Ancora una domanda: ha senso che i formatori siano coetanei dei loro stessi allievi? Ha senso un sistema formativo che si basa su tradizioni e costumi supportati dall’idea che “da duecento anni si è fatto sempre così” (ripetendo di generazione in generazione modalità formative non più attuali) e che dà a ragazzi giovanissimi la responsabilità di intercettare anche malessere e disagio?

Nelle nostre scuole è davvero necessaria una didattica che impegna gli allievi sei giorni su sette, senza permettere loro per tre lunghi anni (come nel caso della Scuola Ufficiali e della Scuola Marescialli), di poter staccare, coltivare gli affetti, elaborare lo stress correlato alle attività che svolgono all’interno delle scuole stesse?

Solamente ora ci si rende conto che forse è importante che curino gli aspetti familiari e quindi gli verrà data una licenza per le festività?

È davvero utile tenerli ore e ore sul posto letto per eseguire le operazioni di contrappello? O costringerli a stare in caserma “a disposizione” pur di giustificare in qualche modo la loro presenza il sabato mattina?

Tutte queste domande vogliono essere uno stimolo per incoraggiare una riflessione e un confronto e concludiamo ancora con una domanda: cosa possiamo fare di diverso e come possiamo migliorare la selezione e la formazione nella nostra Istituzione al fine di promuovere benessere e prevenire il disagio?

 

SIM CARABINIERI
Segreteria Nazionale

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