Giornata della Memoria e dell'impegno per le vittime della mafia: stiamo facendo abbastanza?

  • 21 / 03 / 2022 67 Views

Oggi, 21 marzo, primo giorno di primavera, simbolo di rinascita e mutamento, ricorre la Giornata della Memoria e dell'Impegno per le vittime di mafia.
L’Associazione Vittime del Dovere, proprio in segno di rispetto per questo vincolo morale assunto verso tutte le Vittime, ritiene opportuno fare delle riflessioni e porre delle domande, anche scomode, sperando di ottenere delle risposte, perché questa giornata non si riduca ad una semplice ricorrenza, ma abbia la funzione di una reale presa di coscienza che apre la strada al risveglio di una società spesso indifferente e sopita.
La mafia ha mietuto troppe vittime, tuttavia non si può parlare solo al passato. La mafia ha cambiato volto e forme d’aggressione, si infiltra e prospera con altri e più evoluti mezzi. Purtroppo esiste ed opera costantemente in modo più  o meno evidente.

La domanda che viene da porsi è la seguente: cosa si sta facendo attualmente per impedire il dilagare delle metastasi delle mafie?

 La Legislazione in materia, negli ultimi anni è stata oggetto di interventi che in teoria dovrebbero agire per contrastare la criminalità organizzata. Andiamoli ad analizzare nello specifico.
Ebbene, all’indomani dell’uscita dalla commissione Giustizia della Camera della proposta di riforma dell’art. 4 bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, in tema di “concessione di benefici penitenziari nei confronti dei detenuti o internati che non collaborano con la giustizia”, riteniamo opportuno evidenziare che taluni aspetti del testo licenziato, certamente frutto di mediazioni, lasciano sospesi alcuni importanti problemi giuridici.
Il rischio, come più volte sollecitato, era che venisse smantellato uno strumento fondamentale di contrasto alle mafie, che ha incentivato mafiosi, condannati all'ergastolo, alla collaborazione con lo Stato permettendo di indebolire le organizzazioni criminali.
L’art. 4bis deve assolutamente rimanere un mezzo di salvaguardia delle finalità di lotta al fenomeno associativo, nato proprio dal sacrificio di tantissimi servitori dello Stato.
La questione, infatti, riguarda la maggior parte dei detenuti condannati all’ergastolo. Si evidenziano solo alcuni numeri, per rendere di tutta evidenza la portata della riformulazione del tessuto normativo in programma: al 24 febbraio 2022 sono presenti negli istituti penitenziari 1.814 detenuti condannati all’ergastolo (di questi, 1.273 detenuti per reati di cui all’art. 4-bis e 541 altri detenuti ergastolani).
Il punto di equilibrio auspicato era, e rimane, una ragionevole conformità della norma ai principi sanciti dalla Corte Costituzionale, che nel testo in esame viene individuata nel passaggio dalla presunzione assoluta di pericolosità sociale dei condannati per reati ostativi a quella, appunto prevista, relativa.
Tuttavia permangono dei punti critici: sul tema dei permessi premio sarebbe auspicabile un vaglio collegiale, così favorendo uno spostamento della competenza dal Magistrato al Tribunale di Sorveglianza. Sarebbe poi opportuna una distinzione, all’interno del testo normativo, tra i reati associativi e i reati individuali, che nulla hanno a che fare con il concetto stesso di collaborazione.
Il testo dimentica poi una distinzione, già sottolineata dalla stessa Corte costituzionale, tra chi non collabora per una sua scelta e chi invece non lo fa "suo malgrado, volendo soggettivamente collaborare ma non potendo oggettivamente" che, secondo l’Associazione, va introdotta nel testo. Eliminare l'ancoraggio alla collaborazione, come postulato dal progetto di riforma, richiederà  indagini nuove e complesse, affidate ai tribunali di sorveglianza, sui quali andrà a gravare il compito di dimostrare la cessazione dei rapporti dei detenuti con le strutture e gli ambienti mafiosi di riferimento; fatto che richiederà risorse e mezzi notoriamente non disponibili. Sarebbe logico prevedere la competenza, in materia, a un solo tribunale sul territorio nazionale, come già accade per le decisioni sui 41 bis: tale scelta assicurerebbe un'uniformità delle pronunce ed eviterebbe la sclerosi preventivabile del sistema.

Il Parlamento cerca di dare una risposta alle giuste e doverose pressioni della Corte Costituzionale, che sulla legislazione vigente ha espresso non poche perplessità. Pochi giorni fa la Corte ha dichiarato illegittimo l'articolo della legge n. 92/2012 che prevedeva la revoca delle prestazioni assistenziali a fronte di condanne per mafia e terrorismo, qualora il condannato si trovi in una situazione di detenzione alternativa al carcere.
Non si può contestare una decisione che richiama uno dei principi fondanti la nostra Nazione, quello di solidarietà,  sancito dall’art. 2, perché è proprio quello che più caratterizza la differenza tra le vittime e i loro carnefici: le prime per quel principio hanno sacrificato la propria vita, le seconde, oggi, possono ringraziare lo Stato democratico che hanno tanto combattuto e che, nonostante le ferite inferte, si impegna affinché abbiano una possibilità di redenzione.

Certo, sapere di essere nel giusto non è una consolazione, ma la domanda che segue è se ciò aiuterà concretamente nel contrasto alla cultura mafiosa oppure sarà l’ennesima concessione che verrà usata biecamente a scapito della collettività.
Perché non bisogna nascondersi né fingere di non restare amareggiati, quando la detenzione domiciliare viene concessa a tempo indeterminato, ma non discende da un effettivo percorso risocializzante bensì da improvvide misure emergenziali; oppure quando si verifica l’ennesimo caso di concessione del reddito di cittadinanza a soggetti che non ne hanno titolo, poichè gli stessi non hanno timore di mentire presentando una domanda online.

Ma ancora di più ci domandiamo se non sia ora di guardare tutto questo da una prospettiva più ampia, tracciando i confini di un disegno più completo e pertanto prestando anche un minimo di attenzione alle voci discordanti, anche solo per far sorgere un dubbio su un modus operandi che si dà per assodato e indiscutibile.
Confidiamo che queste osservazioni non vengano viste come vuoto allarmismo, ma come punto di partenza per una differente consapevolezza: oggi non ci sono bombe, tuttavia la mafia continua a mietere vittime e fare affari loschi a danno del Paese. Stiamo facendo bene e abbastanza per combatterla?

Resta la crescente sensazione che si stia indebolendo il filo che unisce il sacrificio di chi, ieri,  ha iniziato questa immane lotta,  e coloro che, oggi, hanno la pesante responsabilità di portarla avanti.
Vorremmo far sbocciare la speranza che la giornata odierna di commemorazione non sia solo un momento di ricordo, ma l’inizio di una solida realtà di azioni concrete e interventi tempestivi.

ASSOCIAZIONE VITTIME DEL DOVERE

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